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LICCARDO COMMERCE, L’E-COMMERCE DOVE PERSINO LE CONDIZIONI DI VENDITA SONO ANCORA «DA INSERIRE»
Partita IVA fuori dalla homepage, testi lasciati a metà, riferimenti normativi scaduti e utensili potenzialmente pericolosi descritti con informazioni ridotte all’osso. Viaggio dentro un negozio Shopify che sembra essere andato online prima di finire i compiti.
Apri Liccardo Commerce e, a prima vista, sembra tutto normale.
Logo, offerte, utensili, carrello. La rassicurante architettura di Shopify fa il resto. In fondo alla pagina compare anche l’immancabile scritta «Powered by Shopify».
La partita IVA, invece, no.
Ed è qui che la vetrina comincia a scricchiolare.
LA PARTITA IVA C’È, MA GIOCA A NASCONDINO
Nelle note legali il sito dichiara di essere gestito da Rosario Liccardo, impresa individuale con sede a Mugnano di Napoli, partita IVA IT*********12 e numero REA 11***47.
Quindi il dato esiste. Semplicemente, nella versione della homepage esaminata il 9 agosto 2026, non risultava visibile come mostrato negli screen.
Peccato che l’articolo 35 del DPR 633/1972 dica espressamente che la partita IVA deve essere indicata nella homepage dell’eventuale sito web.
Non necessariamente nel footer, sia chiaro: il footer è soltanto il posto più semplice e logico. Ma da qualche parte nella pagina iniziale deve comparire.
Su Liccardo Commerce, durante la verifica, compariva «Powered by Shopify». La partita IVA, evidentemente, aveva perso il treno, nonostante già nel 2020 il buon Ivan Grieco gli avesse dato le stesse informazioni che oggi stiamo riportando su questo articolo.
Il testo della norma è consultabile direttamente su Normattiva.
«INSERISCI METODI», «INSERISCI TEMPI»: IL CLIENTE COMPLETI A PIACERE
Il vero spettacolo comincia entrando nelle pagine contrattuali.
Nelle condizioni di vendita comparivano ancora formule come:
«[inserisci metodi…]»;
«[inserisci tempi…]».
Non istruzioni rivolte al cliente, naturalmente. Sembrano piuttosto promemoria destinati a chi avrebbe dovuto completare il modello prima di pubblicarlo.
Il risultato è una specie di contratto interattivo: il venditore mette le parentesi, il consumatore può usare l’immaginazione.
Nelle note legali compariva anche un elegante «[inserisci email]». La politica di spedizione proseguiva sulla stessa linea, con il nome dei corrieri ancora tra parentesi, la soglia gratuita indicata come «[€59]» e un periodo di giacenza scritto «[1giorni]».
Come ciliegina, nella pagina delle spedizioni risultava l’indirizzo liccardocommerce@gmail.it, mentre nelle altre sezioni veniva utilizzato un indirizzo Gmail con dominio .com.
Un refuso può capitare. Una collezione di campi non compilati, dentro documenti che dovrebbero disciplinare acquisti, pagamenti, consegne e controversie, assomiglia invece a un lavoro pubblicato prima della revisione.
Chissà che oltre che per i consigli legali il buon Licky non abbia chiesto a Chat Gpt di produrre le intere pagine di documentazione sul sito.
IL FANTASMA DELLA PIATTAFORMA ODR
Le note legali richiamavano anche la piattaforma europea ODR per la risoluzione online delle controversie.
C’è solo un piccolo problema: quella piattaforma è stata chiusa definitivamente il 20 luglio 2025.
Liccardo Commerce continuava a evocarla nel 2026, per giunta accanto a un campo email ancora da riempire. Più che uno strumento per i consumatori, un reperto archeologico digitale.
La dismissione è confermata dalla Commissione europea.
RESI E GARANZIA: BENVENUTI NEL LABIRINTO
La politica di rimborso richiedeva che il prodotto fosse inutilizzato, nelle condizioni iniziali e nella confezione originale.
La normativa europea, però, non riduce il diritto di recesso a una gara di conservazione dell’imballaggio. Il consumatore può normalmente esaminare il bene nella misura necessaria a verificarne natura, caratteristiche e funzionamento. Potrà rispondere di un’eventuale diminuzione di valore, ma non per questo perde automaticamente ogni diritto.
Nel sito non risultava inoltre facilmente disponibile il modello europeo di recesso. Anche le indicazioni sul rimborso delle spese di consegna originarie apparivano poco chiare.
Poi arriva la garanzia.
Da una parte le condizioni riconoscevano correttamente i due anni di garanzia legale. Dall’altra, la politica di rimborso chiedeva di denunciare prodotti danneggiati o difettosi entro 14 giorni.
Recesso e garanzia sono due cose diverse. Il problema è che, scritte così, le clausole rischiano di far credere al cliente che dopo due settimane un difetto diventi affar suo.
Non funziona esattamente così. La garanzia legale europea non evapora al quindicesimo giorno, come spiega anche il portale ufficiale Your Europe.
La politica sui rimborsi sembra indecisa persino su quale politica applicare.
Prima promette resi entro 30 giorni. Successivamente richiama il periodo europeo di 14 giorni. Più avanti presenta una seconda “Politica di reso e rimborso”, nuovamente con scadenze e condizioni differenti.
Per il rimborso si parla prima di 10 giorni lavorativi dall’approvazione, poi di 14 giorni dalla ricezione del prodotto restituito. La normativa europea prevede invece che il rimborso avvenga entro 14 giorni dalla comunicazione del recesso, pur consentendo al commerciante di trattenerlo fino alla ricezione del bene o della prova della sua spedizione.
Compare anche la frase secondo cui non sarebbero accettati resi di «articoli in promo». Ma lo sconto, da solo, non fa sparire il diritto di recesso previsto per gli acquisti online. Le eccezioni riguardano categorie specifiche, come prodotti personalizzati, rapidamente deperibili o determinati beni sigillati: non qualsiasi articolo messo in promozione.
Completano il quadro alcune limitazioni generali di responsabilità, compreso un limite collegato al valore dell’ordine. Clausole che non possono comunque cancellare i diritti inderogabili riconosciuti al consumatore e che meriterebbero una verifica più attenta.
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy definisce il recesso un diritto inderogabile e irrinunciabile del consumatore. Qui, invece, il cliente deve attraversare un piccolo labirinto di scadenze, approvazioni e condizioni contraddittorie.
UTENSILI VERI, INFORMAZIONI IN MINIATURA
Liccardo Commerce non vende soprammobili innocui. Nel catalogo esaminato comparivano 4 oggetti tra cui trapani, smerigliatrici e mini motoseghe.
Prodotti con lame, batterie, motori e parti in movimento. In altre parole, proprio il genere di articoli per cui sapere chi li fabbrica, come identificarli e come utilizzarli in sicurezza non dovrebbe essere considerato un dettaglio ornamentale.
Eppure, nelle schede analizzate, non risultavano chiaramente visibili:
il nome effettivo del fabbricante;
il suo indirizzo postale ed elettronico;
un modello o identificativo specifico del prodotto;
l’eventuale responsabile stabilito nell’Unione europea;
avvertenze di sicurezza dettagliate.
Il Regolamento europeo 2023/988 sulla sicurezza generale dei prodotti, noto come GPSR, stabilisce che nelle offerte online debbano essere mostrate chiaramente diverse informazioni sul fabbricante, sulla persona responsabile europea, sull’identificazione del prodotto e sui rischi pertinenti.
Non dettagli da tirare fuori solo dopo l’acquisto. Informazioni da mostrare nell’offerta.
I requisiti sono contenuti nell’articolo 19 del Regolamento europeo sulla sicurezza generale dei prodotti.
Questo non dimostra automaticamente che gli utensili siano privi di certificazioni o documenti. Dimostra però che le relative schede online, nella versione esaminata, lasciavano parecchie domande senza risposta.
LA SMERIGLIATRICE PARLA INGLESE. IL CLIENTE ITALIANO SI ARRANGI
La descrizione della mini smerigliatrice indicava espressamente un «manuale d’uso in inglese».
Ottimo, se il prodotto fosse venduto soltanto a Oxford. Un po’ meno per un utensile commercializzato in Italia.
Quando trova applicazione la normativa europea sulle macchine, le istruzioni devono essere disponibili nella lingua ufficiale del Paese in cui il prodotto viene immesso sul mercato. La presenza del solo manuale inglese richiede quindi una verifica concreta.
Davanti a una smerigliatrice, affidarsi al traduttore automatico mentre il disco gira non sembra esattamente il massimo della prevenzione.
LA MOTOSEGA SENZA OLIO E CON L’ASTA TELESCOPICA
La scheda della mini motosega dichiarava che l’attrezzo potesse essere utilizzato senza olio e montato su prolunghe o aste telescopiche per raggiungere i rami più alti.
Un uso del genere solleva domande abbastanza elementari:
Il produttore autorizza davvero il montaggio su un’asta? Quali accessori sono compatibili? Esistono istruzioni specifiche? Sono spiegati il rischio di contraccolpo, la caduta dei rami e i dispositivi di protezione necessari?
Nella descrizione esaminata, queste risposte non emergevano con la stessa chiarezza dell’invito a usare l’utensile in altezza.
Non possiamo concludere dalla sola pagina che il prodotto sia pericoloso o non conforme. Possiamo però osservare che, quando si suggerisce di sollevare una motosega sopra la testa, qualche riga di sicurezza in più non guasterebbe.
RAEE E BATTERIE: INFORMAZIONI CERCASI
Il negozio vende apparecchiature elettriche e prodotti alimentati a batteria. Entrano quindi in gioco anche gli obblighi relativi ai rifiuti elettronici, al ritiro “uno contro uno” quando applicabile e alla raccolta delle batterie esauste.
Nelle pagine esaminate queste informazioni non risultavano facilmente individuabili.
Ciò non prova che il venditore sia privo delle necessarie registrazioni o che non adempia materialmente agli obblighi. Significa però che il consumatore non viene aiutato a capire cosa fare del prodotto e della batteria quando arrivano a fine vita.
Anche qui: meno mistero, più informazioni.
QUATTRO PRODOTTI E UNA DOMANDA: DOV’È IL NEGOZIO?
Al momento della verifica, l’intero catalogo di Liccardo Commerce era composto da appena quattro articoli:
una mini motosega;
un trapano avvitatore;
una mini smerigliatrice;
un set di chiavi a bussola.
Avere quattro prodotti non è un illecito e non è necessariamente una cattiva strategia. Esistono negozi “one product” perfettamente credibili, costruiti intorno a un articolo specializzato, a un marchio riconoscibile e a un’assistenza competente.
Qui, però, non emerge una specializzazione altrettanto evidente. Motosega, smerigliatrice, trapano e bussole sembrano più una selezione di inserzioni generiche che una gamma progettata attorno a un’identità commerciale precisa.
Nelle schede non risultano chiaramente indicati marchio effettivo, fabbricante, modello, codice EAN o SKU. Senza questi dati diventa difficile persino capire se due offerte trovate online riguardino davvero lo stesso prodotto o soltanto oggetti esteticamente simili.
GDPR: IL MODELLO C’È, LA PERSONALIZZAZIONE MOLTO MENO
La privacy policy risultava aggiornata al 31 luglio 2026. La struttura, però, appariva quella di un modello generale Shopify, con diversi passaggi poco specifici rispetto all’attività effettiva del negozio.
Tra i punti che meritavano maggiore chiarezza:
l’identità completa del titolare direttamente nell’informativa;
la base giuridica associata a ciascuna finalità;
gli interessi legittimi concretamente perseguiti;
periodi o criteri di conservazione più precisi;
la distinzione tra dati obbligatori e facoltativi;
le conseguenze del mancato conferimento;
le basi giuridiche di marketing e profilazione;
le garanzie relative ai trasferimenti internazionali.
L’articolo 13 del GDPR non chiede un testo lungo per fare scena. Chiede informazioni chiare, specifiche e comprensibili.
Il modulo di contatto raccoglieva nome, email, telefono e commento senza mostrare, nelle immediate vicinanze, una breve informativa contestuale chiaramente riconoscibile. Nel footer compariva inoltre un campo chiamato semplicemente «Email», senza spiegare immediatamente se servisse per una newsletter, per promozioni o per qualche altra finalità.
Una casella email muta: inserisci il dato e scopri dopo dove va.
Mi sa che nonostante il corso professionale ultra autorizzato fatto dai migliori nel campo del Social Media Management il titolare del sito LiccardoCommerce.it dovrebbe ripassare il capitolo sul GDPR, o chiedere a Giuseppe, d'altronde lui lo aveva spiegato molto bene nel 2020.
SUI COOKIE, ALMENO, NIENTE PROCESSI ALLE INTENZIONI
Il sito mostrava un comando per gestire le preferenze dei cookie.
Durante il controllo tecnico non sono emerse prove sufficienti dell’installazione preventiva di cookie analitici o pubblicitari. Non sarebbe quindi corretto sostenere che Liccardo Commerce effettui certamente tracciamento illegittimo prima del consenso.
Quando una violazione non è dimostrata, non la si inventa. Le pagine già offrono abbastanza materiale senza bisogno di aggiungere fantasia.
«POWERED BY SHOPIFY» NON SIGNIFICA «APPROVATO DA SHOPIFY»
Shopify fornisce l’infrastruttura tecnologica. Non certifica automaticamente il commerciante, non collauda gli utensili e non garantisce che ogni clausola pubblicata sia conforme alla legge.
Il logo della piattaforma non è un bollino di qualità.
Eventuali criticità possono essere segnalate a Shopify allegando indirizzi delle pagine, screenshot e contestazioni precise. Spetterà poi alla piattaforma verificare i documenti del venditore e decidere se chiedere correzioni, rimuovere prodotti o adottare altre misure.
LE DOMANDE RIMASTE SUL TAVOLO
Liccardo Commerce possiede realmente tutta la documentazione tecnica e di sicurezza dei prodotti venduti? Chi sono i fabbricanti? Chi è il responsabile europeo degli utensili eventualmente importati? Perché le condizioni di vendita contengono ancora campi da compilare? Perché la partita IVA non compare direttamente nella homepage? Perché viene suggerito l’uso in altezza di una mini motosega senza adeguate avvertenze visibili?
Domande semplici. Risposte, al momento dell’analisi, molto meno semplici da trovare.
Nessuno degli elementi descritti autorizza a definire automaticamente Liccardo Commerce una truffa o a sostenere che venda prodotti contraffatti o certamente pericolosi. Per affermazioni simili servirebbero prove che, allo stato, non abbiamo.
Quello che possiamo documentare è un e-commerce che sembrava essere stato pubblicato con condizioni ancora da completare, informazioni commerciali contraddittorie e schede di utensili decisamente avare di dettagli.
Il negozio può correggere queste criticità. Può pubblicare i dati mancanti, completare i documenti, aggiornare le clausole e mostrare la documentazione dei prodotti.
Fino ad allora resta la sensazione di una vetrina accesa in fretta, mentre nel retrobottega qualcuno sta ancora cercando il tasto «inserisci».
UN PICCOLO PENSIERO PERSONALE
Aprire un e-commerce per vendere quattro prodotti può avere senso quando quei quattro prodotti raccontano una storia: un marchio, una competenza, una nicchia o almeno una ragione per acquistare proprio lì.
Nel caso di Liccardo Commerce questa ragione, al momento, fatica a emergere.
Il catalogo è minuscolo, i prodotti sono generici, i fabbricanti non sono chiaramente riconoscibili e gli stessi titoli circolano su marketplace molto più grandi. Manca quindi una risposta alla domanda più semplice: perché il cliente dovrebbe comprare qui?
Il prezzo potrebbe essere la risposta. Ma quando il prezzo diventa talmente basso da comprimere ogni possibile margine, il vantaggio commerciale rischia di trasformarsi in un problema operativo. Basta un reso, una batteria difettosa o una spedizione smarrita per divorare il guadagno di diversi ordini.
Più che un negozio strutturato, Liccardo Commerce dà l’impressione di un esperimento commerciale ancora in fase di prova: quattro articoli caricati, un tema Shopify acceso e una montagna di dettagli rimandati a dopo.
Il problema è che i clienti, i diritti dei consumatori e la sicurezza degli utensili non sono una versione beta.
Wikilicky resta disponibile a pubblicare integralmente eventuali precisazioni, documentazione o richieste di rettifica del titolare di Liccardo Commerce. L’articolo sarà aggiornato qualora il sito venga modificato o siano forniti nuovi elementi verificabili.